PLAY GERSHWIN

ENRICO PIERANUNZI - GABRIELE MIRABASSI – GABRIELE PIERANUNZI

 
PLAY GERSHWIN CD COVER - ENRICO PIERANUNZI

Enrico Pieranunzi  piano
Gabriele Mirabassi  clarinet
Gabriele Pieranunzi  violin

Release date
Nov 30, 2018  (Label: Cam Jazz)

Album Tracks

1. An American In Paris 14:52
2. Prelude 1 1:25
3. Prelude 2 (Blue Lullaby) 4:54
4. Prelude 3 (Spanish Prelude) 1:08
5. Prelude (Melody No.17) 2:34
6. Variazioni Su Un Tema Di Gershwin 4:59
7. Rhapsody in blue 19:20

 

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Gershwin compose “An American in Paris” nel 1928, poco dopo aver appreso autonomamente i segreti dell’orchestrazione. Fu questa probabilmente la ragione per cui decise di dare alla sua nuova composizione una veste orchestrale particolarmente ampia, utilizzando un organico di dimensioni enormi e facendo del brano una sorta di test per le sue neo-acquisite capacitá di orchestratore. Devo ammettere che quando ho avuto per la prima volta davanti agli occhi l’ipertrofica partitura il mio pur fortissimo desiderio di trascrivere questo brano ha per un attimo vacillato: com’era possibile far suonare tutta quella mole di musica a tre soli strumentisti? Ma non mi sono scoraggiato e ho portato avanti la sfida potendo contare, per fortuna, su altre due preziose fonti: l’ottima trascrizione per pianoforte solo di William Daly - fidatissimo collaboratore di Gershwin - e la versione per due pianoforti scritta da quest’ultimo contemporaneamente alla partitura orchestrale. Così, confrontando una fonte con l’altra, tagliando periodi, aggiungendo battute e inserendo poco prima del finale una mia breve cadenza originale (in “stile Gershwin” naturalmente) ho potuto ridisegnare in maniera del tutto nuova la forma di questo celeberrimo poema sinfonico.

“Rhapsody in Blue” è stata un’altra trascrizione apparentemente impossibile. C’era innanzitutto da decidere se lasciare integra oppure no la ben nota parte solistica di pianoforte del brano, scritta nel 1924 dal ventiseienne Gershwin (nelle esecuzioni di “Rhapsody in Blue” in cui si suona la versione originale per pianoforte e orchestra vengono effettuati numerosi tagli, peraltro previsti in partitura). Presa la decisione di lasciare quella famosa parte interamente come scritta mi sono trovato di fronte al seguente problema: a chi affidare certi passaggi d’orchestra piuttosto corposi visto che avevo a disposizione soltanto pianoforte violino e clarinetto? La risposta non lasciava dubbi: al mio meraviglioso strumento naturalmente, il pianoforte, che così si è trovato raddoppiato il suo carico di lavoro (noblesse oblige... ). Atto finale, (ri) strumentare passaggi non suonati dal pianoforte e lasciare ai miei due eccellenti partners l’onore-onere della loro esecuzione.

Quanto ai Preludi, scritti da Gershwin per pianoforte solo, essi sembravano ad un primo sguardo non offrire particolari problemi di trascrizione trattandosi solo, in apparenza, di (re)distribuire fra i tre strumenti il materiale melodico. Ma non è stato così semplice. Nel trascriverli ho dovuto infatti tener conto sia di imprescindibili aspetti tecnici (estensione e qualitá timbrica degli strumenti stessi) sia, soprattutto, di quegli elementi formali che consentissero di dare il maggior risalto possibile alla struttura narrativa dei brani.

Post Scriptum

Sulla straordinaria genialità di George Gershwin non dovrebbero ormai sussistere più dubbi, anche se la figura del grande pianista e compositore statunitense è tuttora oggetto di numerosi e persistenti equivoci musicologici. Se comunque per dimostrare in maniera inoppugnabile la sua genialità si rendesse necessaria una prova ulteriore, ebbene tale prova la si troverebbe facilmente proprio in questo cd. La musica di Gershwin ha infatti la caratteristica di mantenere intatta la sua travolgente vitalità e la sua potente, inequivocabile identità anche quando l’organico in uso è del tutto diverso da quelli originali. Che è esattamente quanto accade in “Play Gershwin”.

Enrico Pieranunzi


Gershwin composed “An American in Paris” in 1928 not long after teaching himself the secrets of orchestration. This was perhaps why he decided to put those newly acquired skills to the test by having his new composition performed by an exceptionally large orchestra. I have to admit that the first time I looked at that colossal score my enthusiasm at the thought of transcribing it wavered for a moment: how was it going to be possible for three instruments to take on that mass of music? Daunted but not discouraged, I met the challenge head-on with the help, luckily, of two other invaluable sources: the excellent transcription for solo piano by Gershwin’s trusted associate William Daly, and the two-pianos version of the piece that Gershwin himself had written while scoring “An American in Paris” for orchestra. So, by comparing one source with the other, cutting periods, adding bars and inserting a brief cadenza of my own (“Gershwin-style”, naturally) shortly before the end, I was able to give this celebrated tone poem a completely new form.

“Rhapsody in Blue” was another seemingly impossible transcription. First of all, it had to be decided whether its well-known piano solo part, written in 1924 by a 26-year-old Gershwin, should be maintained intact (numerous cuts, present in the score itself, are usually made in performances of “Rhapsody in Blue” when the original version for piano and orchestra is played).

Having decided to leave this famous part entirely as it was written, I was faced with the following problem: whom to assign certain rather substantial orchestral passages given that I had only a piano, violin and clarinet at my disposal. The answer was obvious: to my own splendid instrument naturally, the piano, thereby doubling its workload (noblesse oblige...). My final step was to (re)orchestrate several passages that in the original score should be played by the orchestra and leave to my two excellent partners the honor/onus of performing them.

At first glance, Gershwin’s Preludes, which he wrote for solo piano, seemed not to present any particular transcription problems, being an apparently simple question of (re)distributing the melodic material among the three instruments; but the reality wasn’t so simple I discovered. In fact, when transcribing them I had to be attentive both to essential technical aspects (the extension and timbre of the instruments themselves) and, above all, to those formal elements that would highlight the narrative structure of the pieces.

Post Scriptum

No doubt should remain by now regarding the extraordinary genius of George Gershwin, even though this great American pianist and composer is still the object of many musicological misconceptions. If his undeniable genius were, however, to require any additional proof, well: this CD would be it. Gershwin’s music in fact has the unique ability to preserve his compelling vitality and powerful, unequivocal identity even when his works are performed by ensembles totally different than the original ones. That is precisely the case in “Play Gershwin”.

Enrico Pieranunzi